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di Gino Pilandri Anticamente una fitta selva di querce, ontani e pini rivestiva gli staggi più alti degli arenili che allora, poco distanti dal mare, collegavano il percorso da Mesola a Cervia; una selva " spessa e viva" dove trovavano rifugio e cibo anche i lupi, i cinghiali ed i cervi.Cantata da poeti, descritta da viaggiatori, citata da storici in leggende e in vicende realmente in essa avvenute, questa selva ininterrotta con il trascorrere dei secoli, venne dalla natura e dall'uomo modificata: ripartita in tanti complessi boschivi separati; scomparsa nelle aree più a monte e rinata progressivamente in quelle a valle; variata nel manto arboreo del quale il pino ebbe la prevalenza. Sempre però continuò a fornire legnami, pinoli, frutti, pascolo e tanti altri doni salutari e preziosi. Sono moltissimi i documenti d'archivio che trattano delle pinete, ma forse il primo autore che ne affrontò compiutamente gli aspetti naturalistici e specialmente botanici, che ne descrisse superfici e caratteristiche, fu il conte ravennate Francesco Ginanni ( 1716 - 1766 ) con la sua opera pubblicata postuma " Istoria Civile e Naturale delle Pinete di Ravenna". La Pinarella A quel tempo Cervia, oltre la Pineta grande, possedeva anche la Pineta piccola o Pinarella ( da non confondersi con l'attuale pineta demaniale di Pinarella), quella che i Cervesi, appena insediati nella nuova Città e valendosi dell'esperienza forestale da secoli acquisita, avevano creato, seminando e piantando pini ed altre essenze, negli arenili incolti a Sud di Cervia e via via sempre più lontano sino a raggiungere il confine con Cesenatico. Scrive Francesco Ginanni: " ... a poco a poco piantati per trar profitto da un terreno inutile e abbandonato, come, non ha guari, si é fatto col piantare oltre Cervia medesima; e ben sarebbe che ciò si facesse per fino al Cesenatico su di quelle deserte arene..." Nell'Archivio storico comunale di Cervia si rinvengono rari cenni di questo piantamento, probabilmente per lo scarso rilievo che assumevano le semine " a poco a poco" nei Bilanci comunali. Invece sono assai frequenti nei verbali frasi generiche come questa del maggio 1752 " ... eseguiti lavori di bonifica e piantato pioppi e pini nei terreni incolti verso il Cesenatico..." oppure questa altra del luglio 1764: "... essendo oggi in accresciuta una nuova Pineta per vantaggio della Comunità, e bonificati li terreni inutili...". Comunque nel 1765 parte della Pinarella era già fruttifera ed il Comune ne ricavava benefici e redditi per la cessione in appalto assieme alla Pineta grande. Prima della fine del Settecento i pini adulti coprivano tutta la fascia adiacente il fianco a mare della Strada Romea iniziando dall'allora carraia (oggi viale Milazzo) e terminando sulla linea di confine con Cesenatico: quattro chilometri e mezzo di lunghezza ed una superficie di poco inferiore ai 200 ettari comprese le radure. Inoltre una propaggine di questa pineta oltrepassava la Strada Romea, proseguiva a cavallo dell'allora via Pinarella (oggi é la via Malva Sud, toponimo Pineta Formica), continuava dopo il Canale lungo via Maccanetto e si congiungeva con la Pineta grande negli staggi Scaramella, Pecorotta e Ghiarina. Nel 1843 per ragioni che carenza di spazio non consente riportare, il Consiglio Comunale presieduto dal Gonfaloniere Nicola Ghiselli, con diciotto voti favorevoli ed uno contrario, decise il totale abbattimento della Pinarella, di destinare quel terreno a coltura agraria, di ripartirlo in dieci lotti da cedere " ad meliorandum" a privati. La Pineta grande L'attenzione maggiore era ovviamente rivolta all'antica Pineta grande. Francesco Ginanni ne calcolò le dimensioni: lunga cinque chilometri e larga due; superficie pari a 2600 Tornature ravennati, ossia 889 ettari. Iniziava subito dopo i pochi terreni privati sulla sinistra del Porto-Canale, seguiva il percorso della Strada Romea scavalcandola in diversi tratti, e raggiungeva lo Scolo della Giara (oggi Scolo via Cupa) che segnava in parte il confine Nord del Comune di Cervia. Oltre lo Scolo vi era la Pineta di San Giovanni di proprietà della grande Abbazia omonima di Ravenna (fu completamente abbattuta nell'ultimo decennio dell'Ottocento, oggi vi è l'agglomerato di Savio e la Lunarda). Ancora all'inizio dell'Ottocento, proprio di fronte alla grande ansa del fiume Savio e nel punto dove oggi la strada Nullo Baldini, presenta il lungo dosso, esistevano ancora i ruderi della Torre Lunardi (di cui il toponimo Fortino) fatta erigere nel 1582 dal papa Gregorio XIII per difendere la foce dalle incursioni di pirati. All'epoca del Ginanni la nostra Pineta era quindi assai vasta, bella e vegeta con pini da pinolo in gran parte, con pini marittimi, ma anche con querce, salici, alberi da frutta, ecc. e con sottobosco ricco di piante rare oggi scomparse. Vi erano anche edifici quali la Chiesa della Madonna del Pino, il Convento dei Carmelitani, l'hostaria per i pellegrini, la Casa delle Aie, per la lavorazione delle pigne, i capanni dei guardiani. Era solcata da una rete di sentieri che la dividevano in tanti reparti ai quali i Cervesi avevano dato nomi strani: e' Stazzòn , la Bass de' pévar, la Menata Neve, lo stazzo Palma, le Aie, la Bassona vecchia, la Bassona nuova, e' stazz Moz, e' stazz ingavagnè, la bassa ad Basìli, e' Culazz, la Ghiarina, la Pecorotta, la Scaramèla, e' Furtén, la bassa d'Tarlass, la Brujéra, i Stazzét, e' stazz dal Moti e tanti altri nomi ormai dimenticati. Sparsi in quel piano ondulato ed ombroso, vi erano, seminascosti dalla vegetazione, stagni e pozze d'acqua limpida dove la fauna poteva dissetarsi. Inoltre vari percorsi restavano interrotti da fossi di scolo che rendevano pressoché inaccessibili alcuni recessi di sottobosco talmente intricati da venire scelti come nascondigli da parte di briganti o di disertori. La relazione Aleotti Ulteriori elementi utili per conoscere com'era, in tempi più recenti, la nostra Pineta è possibile' rinvenirli nella relazione del 1903 intitolata " Progetto di sistemazione del Pineto comunale " scritta dall'Ing. Pio Massimo Aleotti (1847-1918), dirigente l'Ufficio Tecnico comunale. Vi si legge infatti " ... il Bosco Pineto di CERVIA ha la forma di un vasto trapezio avente per confini : a Nord lo scolo consorziale Via Cupa; ad Ovest la strada provinciale Cervia-Ravenna; a Sud la stessa strada e vari proprietari; ad Est il litorale di pertinenza demaniale. La superficie di questo bosco é di Ha. 778 di cui hanno ottenuto lo svincolo forestale e sono ridotti a coltura agraria e affittati Ha. 35. Resta quindi esteso il bosco Ha. 743. Il terreno é costituto da duna sabbiosa di cui una parte ha avuto il beneficio di colmate artificiali con torbide derivate dal fiume Savio e forse, in tempi remoti, depositate in occasioni di rotte o di debordamento del fiume stesso. La giacitura del terreno è accidentata come tutte le dune marine formate di sabbia rigettata dal mare ed accumulata dal vento. Sonovi perciò alti dossi e zone depresse nelle quali ristagna l'acqua e non alligna il bosco e specialmente il pino che ama l'asciutto. Perciò la superficie di Ha. 743 a bosco è da ridurre notevolmente per vaste radure esistenti in causa dell'acqua stagnante...". In quel tempo, oltre i grandi vantaggi alla salute umana, all'ambiente, alla popolazione povera ( lavoro, legna, teda, verdure, caccia, ecc.), la Pineta forniva anche al Comune buone entrate attraverso la vendita del legname ricavato da abbattimenti e potature (per costruzioni, palizzate, arginature, stolli da pagliaio, da ardere, ecc.); i diritti per raccogliere prodotti (fiori di gelsomino, vitalbe, giunchi, ecc); i diritti per poter pascolare cavalli in pineta; i proventi ricavati dalla lavorazione delle pigne (pinoli, sgobbole, brattee o scapioli, in cervese scapiùl) e altri introiti per un ammontare complessivo annuo di poco superiore alle 5000 lire. Per comprenderne l'entità è bene rapportarla agli stipendi degli agenti comunali più sotto riportati. Le spese relative più importanti erano dovute al pagamento degli stipendi del Capo-guardia forestale ( 900 lire annue) , dei cinque guardiani (720 lire annue ciascuno), agli oneri conseguenti le esigue semine e le scarse manutenzioni degli scoli e dei fabbricati; comunque tutte le spese non raggiungevano la metà delle entrate, ma il loro aspetto positivo era di occupare manodopera. Per entrare in Pineta esistevano, in quel periodo, i seguenti accessi particolarmente sorvegliati: 1) - I Lucòn = nei pressi del Cimitero urbano che immetteva nella carraia dello Stazzone, con capanno per guardiani; 2) - I Ciapén = (dal nome dialettale del pinus pinaster, o zappini o chiappini) l'accesso più comodo per i Cervesi, con capanno per i guardiani; 3) - Il sentiero di Marina = dov'era anche il Lazzaretto (diverrà poi il viale Dante), per la difficoltà di controllare questo accesso era stato protetto da una lunga " sbarrata" di legno; 4) - E' pass d'Giachìn = accesso semi-clandestino che iniziava dalla Voltata della Strada Romea (oggi è l'inizio del viale Milano), la Pineta era difesa da un'ampia siepe e canali di scolo; 5) - La strada delle Aie = la vecchia strada che una volta portava alla Casa delle Aie (oggi al Depuratore); 6) - E' pass d'Nicola = si entrava nel reparto Scaramella, nei pressi della Chiesa della Madonna del pino. Perché tanta riduzione? Se mettiamo a confronto le superfici boschive di 889 ettari della metà del Settecento e di 743 ettari dall'inizio del Novecento con la superficie della Pineta di oggi, si resta sconcertati dall'ampiezza della riduzione e della rapidità con cui è avvenuta : la superficie della Pineta di oggi s'aggira intorno ai 210 ettari, più i 27 ettari del Parco Naturale, più le aree antropizzate della Milano Marittima, considerando però che la parte alberata a mare del viale Due Giugno è di recente impianto. L'immagine di una scure anonima che, inesorabile e cieca, si rese responsabile di tal scempio di pini, come alcuni autori assai sbrigativamente hanno sintetizzato, non soddisfa la nostra curiosità: è necessario scavare più a fondo per trovare i perchè, le motivazioni e le responsabilità. Certamente gli antichi usi civici, come lo "jus lignandi" o lo " jus pascendi ", pur così giovevoli specialmente il primo, possono aver recato danno. Esistevano regolamenti sempre più restrittivi con il trascorrere del tempo: raccogliere soltanto legna secca e caduta a terra, aghi di pino, zocche; vietati i grossi arnesi da taglio come pennati e scure; trasportare fuori soltanto ciò che si può portare in spalla (anche se l'uso dell'autorizzato puntello permetteva carichi colossali); il ramo asportato doveva entrare dentro l'anello di misura esposto pubblicamente; mai salire sugli alberi e via di questo passo. Vi erano i guardiani che controllavano gli accessi, si facevano requisizioni, multe, ma poi cadeva la neve, arrivava il gelo polare e la struggente necessità di scaldarsi stimolava ai non abbienti ardimento ed invenzioni per sottrarsi ai controlli e rapidamente procurarsi comunque legna. Così avvenivano anche abusi gravi. Pure il far pascolare i cavalli, se da un lato rendeva proventi al Comune, dall'altro comportava danneggiamenti e guasti. Ma era poca cosa ed in vigore fin dai tempi remoti. Più gravi furono i guasti provocati dalle varie inondazioni del fiume Savio, dagli inverni eccezionali come la famosa gelata dell'inverno 1879-80 che stroncò ed assiderò ben 21.867 pini, dalle trombe d'aria come quella del luglio 1880 che ne abbatté 2126, dai prelevamenti per far fronte a fabbisogni urgenti quali la Palata del Porto o altre necessità pubbliche; dai lavori pubblici che aprivano grandi varchi come la Strada Ferrata o il Canalino delle Saline, dagli incendi, piogge torrenziali, ecc. Voluti o subiti che fossero, ognuno di questi avvenimenti provocava ampie radure qua e là disseminate, e tutte insieme erano devastazioni, eppure fatti simili erano accaduti tante volte nel passato però senza mai provocare una così drastica riduzione dell'area pinetale. Inoltre, prima del 1917, erano già stati disboscati i 35 ettari della Bassona Vecchia (come riportato nella relazione Aleotti) continuamente soggetta ad allagamenti dopo ogni pioggia e qualche altra zona bassa danneggiata da eventi meteorologici e così malandata da negare qualsiasi utilità. Erano periodi di crisi economica e il Comune in difficoltà finanziarie aveva deciso di ridurle a coltura agraria per dar lavoro al bracciantato, però con la prospettiva di migliorarne l'assetto attraverso risaie e colmate nell'attesa di tempi migliori per ripristinare il bosco. Un disastroso salasso, che poi stimolò conseguenze definitive, lo determinò la prima guerra mondiale. Era il tempo della rotta di Caporetto nell'autunno avanzato del 1917, con l'esercito sbandato e la nostra Città gremita di profughi friulani e veneti, quando pervenne, come un fulmine, l'ordine della III^ Armata di requisizione della Pineta: "... Diamo legname alle truppe al fronte, per i reticolati, per i baraccamenti, per riscaldarsi, per i panifici militari..." Alla requisizione seguì la pubblicazione di un decreto del Prefetto di Ravenna che obbligava tutti i proprietari e coloni all'abbattimento di tutte le piante non strettamente necessarie all'azienda e, per tutelarne l'esecuzione, nominò una commissione di vigilanza e controllo. Immediatamente giunsero a Cervia una compagnia di Boscaioli del Genio e alcune ditte private. Fu steso una binario a scartamento ridotto, una decouville con carrelli, che dalle varie diramazioni dentro al pineto giungeva fino alla stazione ferroviaria. Per mesi e mesi si abbatterono pini, si tagliarono e si caricarono in vagoni diretti al fronte. L'ordine di requisizione precisava: " ... Il taglio sarà fatto a regola d'arte, onde assicurare la buona conservazione della Pineta; verrà perciò limitato alle piante stramature, vecchie, deperite e deperenti di qualsiasi diametro, ed a quelle aduggianti con diametri, a petto d'uomo, superiori ai 25 centimetri. Dietro indicazioni delle Autorità locali saranno risparmiate anche quelle piante che, per la loro mole, forma, ubicazione, ecc., interessano il lato storico e artistico delle piante...". Come accade sovente fra il dire e il fare, vi fu una enorme diversità fra l'ordine e la sua esecuzione. Nell'Archivio comunale sono conservate tante lettere di protesta del Comune e della Milano Marittima concessionaria della Pineta. Scriveva il sindaco Ferdinando Busignani il 19 marzo 1918 " ... la vista del nostro Pineto è dolorosa per due ragioni: innanzi tutto per il senso di tristezza di cui è preso l'animo alla vista di una vera ecatombe di piante rigogliose che formavano fino a ieri l'orgoglio di Cervia e secondariamente perché il sistema adottato per l'atterramento è tale da non lasciare alla Amministrazione Comunale né una zona coltivabile, né una zona pinetale...". Ancora diverse proposte pressanti come questa "... per ottenere che il quantitativo di legna venga prelevato per intero da zone ben definite e che non fosse toccato per niente il restante pineto. In tal guisa l'Amministrazione conserverebbe il vantaggio di una Pineta sana e vegeta e folta, e verrebbe a godere dell'altro vantaggio prodotto da una zona disboscata per intero, che si potrebbe subito mettere a coltivazione...". Ma in quei momenti quale peso potevano avere le opposizioni, sia pure sostenute da validissime ragioni, contro l'incontrollato procedere giustificato dalla Patria in pericolo? C'era anzi il rischio di venir considerati disfattisti e traditori. Le risposte infatti che pervenivano dall'ambiente militare erano di questo tenore: "... nessuna ingerenza può avere codesto municipio e non si ravvisa la necessità di accordi circa la presenza al taglio di un rappresentante comunale....". E lo scempio continuava. A rendere più preoccupante la situazione di quel 1918 si aggiunse, al terrore della guerra, alle notizie di caduti e di feriti, alla fame ed alle carenze generali, anche la " spagnola", la terribile influenza che provocò spavento e vittime. Chi pensava più alla Pineta sotto la scure militare? Intanto si continuava a tagliare, a caricare ed a spedire. La relazione Somma sui danni. Finita la guerra il taglio era ancora in corso. Di fronte ad una situazione in continuo peggioramento, il Sindaco Busignani incaricò un ispettore forestale, il bolognese prof. Ulderico Somma, di redigere una relazione sulle condizioni in cui s'andava riducendo la Pineta e di fornire altresì una stima dei danni procurati. La lettura del manoscritto di 60 pagine, datato 8 dicembre 1918, colmo di fredde e pignole elencazioni, provoca amarezza e sgomento: "... nella zona A) delle 163 piante esistenti ne sono state abbattute 89, nella zona B) abbattute 72 delle 92 esistenti, nella C) 37 su 89, nella D) 57 su 94, nella E) 109 su 162, nella F) 105 su 158, nella G) 80 su 124..." e avanti di questo passo. La relazione alterna giudizi del tipo " ... fu uno scempio.." a denuncie come "... il modo inconsulto dell'abbattimento..." e prosegue valutando il legname asportato in 95.000 quintali, il volume del legname da costruzione ancora esistente in terra in 12.000 metri cubi, più tutta la ramaglia con diametro inferiore ai quattro centimetri sparsa da ogni parte. Aggiunge inoltre che "... ovunque si faccia l'indagine si può riscontare che il taglio è stato fatto quasi sempre per gruppi di piante, specialmente in vicinanza delle strade e delle decouville, restando facile in quelle zone il trasporto del materiale abbattuto..." ed ancora che : "... i danni non si concluderanno con la cessazione degli abbattimenti, ma peseranno ancora, pur diminuendo progressivamente, per una ventina d'anni...". La relazione si conclude con la precisazione che l'eccessivo taglio ha causato al Municipio una perdita di £. 544.000 circa, ivi compresa la spesa futura da sostenere per rimetterla a normale coltura e produzione (erano i tempi che un guardiano forestale percepiva annualmente intorno alla 2000 lire). Da Pineta ad Azienda agricola Distrutto e desolato, come appare il terreno al fronte dopo l'imperversare della battaglia, così era diventata la nostra Pineta a seguito del taglio sconsiderato. Avrebbe meritato il titolo di " grande mutilata". Tale la rividero i reduci che rientravano dai disagi bellici con la speranza di un mondo operoso e tranquillo, la cruda realtà recò loro sconforto ed inquietudine che poi si tramutarono in vivissime pressioni a favore di una soluzione in passato sempre osteggiata. Da tempo, sia a Ravenna che a Cervia, erano in atto duri scontri e polemiche accanite che rompevano trasversalmente tutti i Partiti, fra " boscofili" e " bonificatori " sul problema di trasformare il tipo di coltura in quelle zone dove il bosco non trovava più le condizioni di sviluppo e non rappresentava più un'attività economica. A Cervia gli scontri erano particolarmente esasperati dalla gran fame di terra dei braccianti, perché il territorio cervese era in gran parte occupato dalle Saline, dalle grandi valli che le circondavano a Nord e a Sud, dalla Pineta, dall'arenile sabbioso lasciato dal mare, e perciò restava troppo ridotta l'area utile all'agricoltura e quindi scarse le giornate di lavoro per i braccianti. Si era tentato e si tentava di dar loro lavoro con l'apertura di nuove strade, o allargandone altre, o scavando canali, ma erano brevi palliativi che non risolvevano la disoccupazione agricola. Del resto gli esempi a favore dei " bonificatori " non mancavano se si valutavano i risultati positivi, in giornate di lavoro ed in proventi vari, conseguiti nelle aree disboscate della Pinarella ( 1843 ) e della Pineta di San Giovanni ( 1896 ) e messe a coltura agraria. Invece la Pineta, così rovinata da somigliare ad un mare verde di ramaglie con isolotti di pini sparsi qua e là, aveva soltanto necessità di grandi capitali per ricostruirla e per lungo tempo non avrebbe dato redditi apprezzabili. Caddero le riserve, le cautele, vinsero i bonificatori e iniziò la vasta trasformazione. Ad uno ad uno, cominciando dai reparti più distanti dal mare, il Comune chiese all'Ispettorato i relativi svincoli forestali e procedette all'abbattimento di tutti i pini superstiti nello staggio Palma, nello staggio Culazzi, nella Menata Neve, nella bassa del Pepe, nella Bassona, ecc. Le ampie radure riunite formarono l'area che, dopo alcuni affitti a privati, divenne l'Azienda Bassona di circa 400 ettari, concessa in affitto alla Federazione delle Cooperative di Ravenna, e organizzata e bonificata con livellamenti, risaie e colmate, piantagioni, scoli, case coloniche, dai braccianti cervesi. Rimasero intatte le aree pinetali fortunosamente immuni dai tagli militari, quella situata a valle dello Scolo del Fortino lungo la zona lottizzata della Milano Marittima , quella compatta a Sud del Canalino della Salina (ancora in corso di costruzione) sino al Cimitero, e la Scaramella accanto alla Chiesa della Madonna del Pino; ossia pressappoco la Pineta che noi oggi vediamo tenuto conto degli ampliamenti realizzati successivamente dal Comune con le semine ed i piantamenti negli arenili prossimi al mare ed in altre limitate aree. Il campo di aviazione alleato Ma la Pineta di Cervia doveva sopportare ancora altri traumi durante l'ultima guerra, prima causati dai Tedeschi per ragioni belliche, poi dai Cervesi e da sfollati per difendersi dal freddo, e infine, più drammaticamente, dopo la liberazione di Cervia, dall'8^Armata Alleata con la costruzione di un aeroporto proprio nella sua parte più interna. Infatti, nel gennaio 1945, potenti ruspe atterrarono e spianarono una striscia pinetale a monte del viale Matteotti, dalla V^ Traversa sino al viale Nullo Baldini: una quarantina di ettari di Pineta ridotti a pista di atterraggio e decollo, resa agibile con pavimentazione di lamiere forate ricoperte da una specie di passatoia in fibre vegetali, per i caccia-bombardieri Kitty Hawks, i Mustangs ed altri piccoli aerei. Una parete ancora folta di pini chiudeva a ponente il lungo corridoio attrezzato, mentre verso il mare la pista era collegata ad alcuni percorsi minori che raggiungevano il viale Due Giugno, utili per celare fra i pini gli aerei una volta atterrati. Soltanto nel maggio 1946 quell'area fu liberata e restituita ai Cervesi. Subito il Comune con l'appoggio del Comando Forestale iniziò l'opera veramente encomiabile di rimboschimento, impresa resa difficoltosa anche perché lo strato superficiale del terreno era alterato dall'apporto di sabbie vergini estratte dalle dune con il livellamento e dall'inquinamento lasciato dall'aeroporto. E' doveroso ricordare qui, con riconoscenza, l'impegno prezioso di Germano Todoli volto a difendere e a curare la nuova piantagione utilizzando anche i fanghi dell'impianto di depurazione per arricchire il terreno e ripiantando novelle piante in sostituzione dei piccoli pini stroncati dai rigori invernali del 1956 e del 1963. Finalmente nel 1984 venne aperta al pubblico, rigogliosamente piantata e ombrosa, l'area di 39 ettari che prima era l'assolata pista dell'areoporto alleato. Il nostro passato deve insegnarci molte cose. La Pineta per due volte é stata duramente colpita dalle guerre. La prima l'ha talmente menomata da favorirne la drastica riduzione, la seconda ha ferito mortalmente la parte che restava. Ciò che rimane della grande Pineta del Settecento è oggi affidata a noi, alla nostra intelligenza e alla nostra volontà. Essa rappresenta un bene inestimabile per la nostra Città, per i suoi abitanti, per i suoi turisti. Difendiamola, ampliamola, abbiamone cura. La Società Amici dell'Arte offre il suo contributo. |